martedì 25 dicembre 2012

IL DOPPIO VOLTO DI BABBO NATALE





Father Christmas e la sua eredità culturale



       Il Macey, autore 25 anni or sono di un interessantissimo libro su Babbo Natale (1), ha messo in risalto la doppia vocazione di questa pre-cristiana figura del folclore di fine anno – o meglio, del Father Christmas anglosassone – verso il Bene ed il Male, partendo dalla figura greco-latina di Crono-Saturno; cui, com’è risaputo, appare omologabile.  Anche se non del tutto.  D’altro canto, egli individua nello zoroastrismo zurvanita iranico un’altra fonte di dualità spinta (non sarebbe giusto, però, parlare di dualismo); che a giudizio del N. avrebbe influenzato il credo giudaico-cristiano, in base a quanto i Manoscritti del Mar Morto sembrerebbero attestare.  Come appunto avviene nella tradizione persiana, perciò, la Suprema Divinità (2) avrebbe generato sia lo Spirito della Luce che lo Spirito delle Tenebre.  Di qui sarebbe derivata, ma personalmente non condividiamo per intero quest’opinione, la tendenza allo sdoppiamento insita nel Cristianesimo fra il lato benefico e malefico della figura di F.C.  Mentre Greci e Latini avrebbero conservato a differenza degl’iranici una visione meno antinomica rispetto ai tempi post-pagani.  Certamente ciò è vero in parte, sennonché lo sdoppiamento fra il volto benefico e quello malefico del nume saturnio-solare lo si ritrova del pari nella stessa tradizione romano-ellenica; e, guardacaso, pure nella corrispondente figura numinosa dell’India, Kâla.  Nonché nelle tradizioni nordico-europee.
       Abbiamo parlato di nume saturnio-solare, non semplicemente di nume saturnio; poiché a differenza di quanto si evince dal mondo greco-romano nel mondo indiano la figura omologa di Savitar, che già alla fine del XIX sec. Kerbaker (3) equiparava a Saviturnus (vecchio nome di Saturno, accanto a Sacturnus), al contrario del figlio Śâni mostra connotazioni tipicamente solari anziché saturnine.  Analoga cosa si potrebbe dire d’altro canto per il Mitra indiano rispetto al Marte latino, cui parrebbe affine sul piano filologico.  Mitra è uno dei 12 Âditya (Soli zodiacali), non il pianeta Marte, chiamato Maṅgala dagl’indú e come tale figlio di Mahâdeva (inteso nel ruolo argenteo di Kala).  Savitar è d’altronde epiteto rigvedico di Sûrya (lat. Sôl, gr. Hêlios), il nome tipico del luminare diurno; ma in India, cosí come in Grecia e a Roma, esistono altre figure solari cicliche quali Yama, Kâla, Indra e Śiva.  Kâla deve esser etimologicamente rapportato a Krónos (4), che Esiodo e gli aedi ellenici hanno sempre ritratto in un’ambivalente funzione: aurea od argentea, ascetica o guerriera.  La prima coincide coll’aspetto di procacciatore di tesori e di stabilità, la seconda colla sua nomea di demolitore e divoratore di figli.  Le stesse prerogative, praticamente, dell’odierno B.N. nelle tradizioni anglo-germaniche.  Come non ricordare a proposito della suddetta nomea di Crono il Kṛṣṇa della Bhagavad Gîtâ, che trasformato in Kala (5) apre la bocca per inghiottire tutti i guerrieri in battaglia?  Anche Kala sa però donare, poiché non è che il Cielo (cfr. col lat.arc. Càelus) nella sua dimensione temporale.  Invece Yama, Indra e Śiva vanno relazionati vicendevolmente alle tre figure latine di Giano, Pico e Fauno.  Da notare che al posto di Crono, nella serie dei Penati menzionati da Virgilio (Aen.- vii.



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69-75 e 265-315) – il membro virile era un simbolo shamanico degli Antenati delle 4 Epoche cicliche – figura Saturno.  Il simulacro fallico del nume era scolpito secondo il vate mantovano in antico cedro, legno non per niente ignifero; fattore questo visibilmente prefigurante l’abete di B.N., la cui veste rossa evidenzia la complementarietà del binomio Sole/ Fuoco.  L’effigie di Saturno teneva in mano ad un tempo la Vite e la Falce (6).
       Ecco espressa in sintesi la sua duplice natura, creativa e dissolutiva (o se si preferisce solar-saturnina), riproposta tardivamente in F.C.  In un affresco romano del Cinquecento, sul soffitto di Palazzo Rucellai (7), ci s’imbatte in un Saturno su Caprone nell’atto di reggere Verga e Fiaccola.  Cambiano gli attributi, ma la sostanza rimane identica.  Il Kala indú, non diversamente dal Crono ellenico e dal Saturno latino, incorpora in sé l’ambiguità della simbologia saturnio-solare; tuttavia fra i Greci ed i Latini il fatto appare poco evidente.  Sapendo che gli uni e gli altri denominavano il pianeta Saturno a vicenda Crono e Saturno, potremmo credere di primo acchito che il nume colla falce a becco di corvo avesse decisamente connotati saturnini; al pari dello Śâni indú, associato al Corvo.  Sennonché, la duplice corrispondenza filologica di Kala con Crono e di Saturno con Savitar testimonia un’eguale corrispondenza del nume greco-latino col Sole.  Corrispondenza che tanto Crono quanto Saturno non hanno perduto, sebbene sia rimasta un po’ occultata dall’altra d’opposta natura legata al pianeta omonimo.  Il pianeta Saturno è il piú esterno orbitalmente del sistema solare e quindi il piú lento nel moto, tanto da costituire unitamente al Sole i limiti estremi dell’Ebdomade planetario, poiché nella concezione tolemaica pure il Sole era considerato un pianeta.  L’associazione Sole-Saturno è comprovata peraltro dall’etimo.  Tanto i termini solari quanto quelli saturnini hanno infatti √sr/ sl-; cfr. in proposito il scr. Sûrya col lat.Sâturnus, derivato dal vr. sero, is-sêvi-satum-ere (‘seminare’), che dà immediata ragione della variazione del tema.  In siffatta categoria rientra pure Zurvan, ove la z- equivale germanicamente (cfr. l’aat. zît = tempo) a t-s-,  metatesi consonantica della base originaria *s-t-.  Di qui la duplice connotazione d’ogni figura saturnio-solare, la quale ha accentuato per tutti i motivi sopra riportati o per altri intrinseci allo sviluppo del giudeo-cristianesimo la dualità mitica latente nella propria struttura numinosa.  F.C. non è stato da meno.  Certamente la mentalità giudaica, e di conseguenza quella cristiana, appare piú affine alla mentalità emotiva persiana che non alla greca o all’indiana, maggiormente lineari.  Fra i due antipodi si potrebbero collocare invece da un lato la mentalità praticistica italo-romana e dall’altro quella baltica-slavo, un po’ sentimentale, di cui avremo modo di parlare piú innanzi trattando di Padre Gelo; in mezzo ad esse si potrebbe collocare la mentalità celto-germanica, tendenzialmente piú idealistica.  Delle tre la prima sembra ritualmente vicina al mondo indo-greco, la seconda prossima eticamente al mondo irano-giudaico, mentre la terza è maggiormente eroica e fa storia a sé.



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Genealogia divina di Father Christmas

       F.C. discende, com’è noto, da Father Winter; anche se quest’ultimo è finito purtroppo, dopo la cristianizzazione di tale divinità pagana, a fungere marginalmente da comprimario del primo nella sequenza di accompagnatori che lo circondano durante le feste.  Altri nomi di Padre Inverno sono, in ambiente britannico, i seguenti: Vecchio dell’Inverno (Old Man Winter), Nonno dell’Inverno (Old Father Winter) e Mastro Gelo (Jack Frost).  In Russia è chiamato  invece ‘Nonno Gelo’ (Ded Moroz), sebbene il termine a volte venga inglesizzato in ‘Padre Gelo’, con numerose varianti in altri paesi slavi o baltici.  In Armenia D.M. è interpretato quale ‘Nonno Inverno’.  Anche F.C. era una volta probabilmente Nonno Natale (Old Father Christmas).  Nell’ambito d’un nostro art. prepararto per ‘Hera’ ma poi dirottato altrove (8) avevamo evidenziato tempo fa gli attributi uranico-solari primevi del vegliardo natalizio, particolarmente palesi in D.M. e nei suoi omologhi baltico-slavi.  Donde la successiva trasformazione saturnio-solare, ossia titanica, della medesima.  La seconda ha ereditato dalla prima la non-distinzione fra Luce e Tenebre in senso celeste, tramutandola a poco a poco in una distinzione duale fra Bene e Male.  In seguito, col passaggio graduale da una mitologia titanica settenaria ad una divina tridenaria (fatto riscontabile in ogni tradizione eurasiatica, ad eccezione di quelle shamaniche, che son rimaste ancorate ad un mondo tribale pre-agrario), codesto iato s’è dilatato e la distinzione  accentuatata ancor di piú.  In altre parole, le ambiguità insite nella rappresentazione del signore del cielo stellato fin dapprincipio hanno finito per sdoppiarsi in modo del tutto complementare.  Insomma, il signore d’una primeva non-dualità s’è frammentato in un primo tempo nel demone saturnio-solare ed annuale d’un simbolismo senario planetario bimestrale; ed, in un secondo tempo, ha raddoppiato i proprî accoliti ipostatici nel dio arietino-solare annuale d’un quadro duodenario mensile stellare.  Il montone equinoziale nella rappresentazione natalizia è sostituito solstizialmente dalla capra o dalla renna, giacché è qui esaltata la fonte primaria della vita, non quella della prima umanità.
       In codesta ottica si capisce l’esatto significato in greco del s.n. daímôn, da porre in correlazione al vr. daínûmi ('frantumarsi’).  V’è d’altronde in India un passo upanishadico (B.Â.U.- iii.6) illustrante la nascita dei Deva (Dei) dagli Asura (Titani), analogamente, nei termini d’una fatidica frammentazione.  Cosí si spiega, in rapporto alla suddetta linea genealogica di sviluppo del vegliardo natalizio, la presenza di certi accompagnatori nordici del personaggio quali il Kindleinfressen (‘divoratore di bambini’); nonché l’apparente contrapposizione fra la loro natura gaudente di orchi, senza dubbio demonica, e la normale controparte benevolente di F.C. quale conferitore divino di nascite ed elargitore conseguente di doni.  Il duplice aspetto delle raffigurazioni natalizie è altresí confermato dal doppio ruolo del pianeta Saturno e del luminare diurno, 



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l’antagonista in positivo, anche in astrologia.  Dato che il passaggio del pianeta Saturno sull’Ascendente nel cosmogramma d’una femmina in età fertile, se bene aspettato, presiede alla nascita di prole; se male aspettato, determina per contro la morte prematura d’un feto, o l’impossibilità da parte della femmina a concepire.  Vi è quindi, com’è logico, sempre una corrispondenza fra mitologia e cosmologia.  Sebbene il discorso mitologico sia maggiormente ampio, non limitandosi esclusivamente al cosmo; che trascende, pur basandosi formalmente sui simboli, i quali non sono che contrassegni alludenti in modo criptico ad una determinata situazione fenomenica.  Un cosmo comunque sempre descritto non in stile oleografico, bensí emblematico.  Come ci suggeriscono Macey et al., la vocazione infera di F.C. viene talora accentuata dalla compartecipazione alla festante schiera natalizia d’una coorte di demoni quali il Krampus od il Black Peter, i quali ne rivelano l’arcana essenza di signore dell’inferno.  Giacché la frammentazione di cui s’è detto sopra non s’è fermata col passaggio mitico da Urano a Crono e da Crono a Zeus, ma è continuata via via fino all’ulteriore suddivisione dell’Anno Sacro in 27 o 28 asterismi lunari; presieduti da Orione, divenuto per i giudeo-cristiani l’edificatore della Torre di Babele.  Che è la leggendaria ‘Torre’ se non l’Inferno stesso, come c’insegna la XVI Lama dei Tarocchi?  Ossia, la dispersione susseguente del linguaggio simbolico umano in ulteriori rivoli del flusso temporale.  Donde s’è assistito alla nascita degli stati territoriali, muniti di lingue e fedi differenziate, dei quali è erede la <Babele> odierna.  Il Natale costituisce pertanto un ricordo, al di là del facile consumismo dei regali a profusione in cui è disgraziatamente caduto, della precarietà della vita e della magia dell’esistenza.  Naturalmente è sul piano spirituale, non su quello pratico, che si festeggia il dono della vita a tutti.  Il cristianesimo ha avuto il torto però, introducendo il festeggiamento della nascita del Bambin Gesú e limitando il ruolo del Padre Celeste cioè di Babbo Natale ad una funzione secondaria, di limitare antropocentricamente l’esaltazione del valore divino della Creazione (9); la quale si estendeva in realtà, nell’ottica pagano-tribale d’un tempo che fu, al mondo animale.  Un mondo che risulta del tutto ignorato dalla pratica di fede cristiana, ad eccezione – ma è una misera eccezione – del culto del presepe e di San Francesco.    
       Anche Savitar è esaltato in Ṛ.V.- v. 82. 9 quale suscitatore di vita.  L’egualitarismo è cosa sciocca proprio perché pone su un unico livello ciò che sta in alto e ciò che sta in basso.  Un  richiamo tuttavia ai Sâturnâlia romani, ove lo schiavo era posto sul medesimo piano del padrone (10), c’indicherà che la parità di dignità interiore fra tutti gli uomini nell’Età Aurea non era soltanto l’idealizzazione di qualche visionario poeta d’una realtà di per sé invisibile.  Secondo quanto vorrebbe assurdamente taluno (11), il quale non fa in tal modo che negare indirettamente la Rivelazione.  E non è certo a vanvera che il Veda ha indicato in un motto assai significativo d’un tema creazionale relativo al mito dell’incesto cosmogonico, ivi utilizzato a conferma e chiusura del nostro 



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discorso, il senso profondo della realtà che ci circonda: «Se quel Divino Seme è caduto, non è caduto invano.»  S’intende, dantescamente, sulla cima dell’Eden…  Come una variante di tal mito comprova.  Per la verità il Natale – lo ripetiamo – non indica tanto la nascita edenica, quanto piuttosto la creazione cosmica, a meno d’interpretare al modo dei Saturnali romani l’inverno quale prima stagione annuale.  In questo caso, è ovvio, i due significati s’assommerebbero con allusione simultanea al duplice Paradiso.  La succitata frase si riferisce all’episodio mitico della castrazione di Prajâpati (il Signore delle Creature, in veste urano-stellare) da parte di Rudra (Apollo-Crono, in veste solar-temporale).  Anche in Grecia l’evirazione d’Orione da parte d’Apollo, che Tilak ha giustamente equiparato oltre un secolo fa a quella rudraica di Prajapati, allude da un lato al ridimensionamento primordiale d’Urano (il Cielo) ad opera di Crono (il Tempo); e dall’altro all’ulteriore trasformazione in senso negativo avvenuta durante l’ultima fase ciclica del mondo, l’Età del Ferro.  Non a caso il mitico cacciatore greco identificasi al leggendario costruttore della Torre di Babele, il cacciatore Nebrod, appunto.   Faccio notare che nel caso d’Urano il Phallus Dei va a cadere nell’oceano [della vita], anziché sul monte paradisiaco, cioè nel cosmo; e che dalla schiuma marina generata nella caduta da quel divino fallo (nel corrispondente mito indiano a cadere è solo il seme) fuoriesce nientemeno che Aphrodîte (da aphrós, spuma e tíktô, generare).  Afrodite Urania raffigura l’Armonia del Cosmo, essendo madre di Eros, l’innocente pargolo fatto ad immagine dell’Amore puro.  Se il prototipo baltico-slavo di F.C. equivale ad Urano <stellato>, la figlia-sposa di questi chiamata Snegurotchka (12) equivale ad Afrodite Urania, la neve avendo nella leggenda natalizia esteuropea analogo significato della spuma delle onde.  A dimostrazione dell’unità spirituale di tutte le tradizioni, che B.N. nel suo specifico incarna cristianamente.        


Iconografia di Babbo Natale

       Siccome derivato da F.W., F.C. ne mantiene quasi strettamente i connotati salienti dal punto di vista iconografico, a parte il mantello; ossia è tratteggiato a mo’ di vecchio dalla lunga barba, accompagnantesi alla Renna o alla Capra.  Il mantello invece rispettivamente nell’uno risulta bianco, azzurro o grigio; nell’altro, alternativamente, verde o rosso.  Indubbiamente hanno ragione coloro che fanno derivare la veste verde dal King Holle (‘Re Agrifoglio’) del folclore celtico, ove questa figura solstizial-invernale veniva ritualmente contrapposta ad un’altra solstizial-estiva, King Oak (‘Re Quercia’), che nelle odierne superstizioni britanniche finisce talora per confondersi col primo.  Sia il mantello verde che quello rosso rimandano infatti al simbolismo saturnio-solare del solstizio d’inverno, in quanto il Sole è ad un tempo propiziatore del nuovo ciclo 



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vegetale e del nuovo corso ascendente annuale; mentre Saturno, simultaneamente, domina la terra arida indurita dall’eccessivo freddo e la legna secca incinerita dal fuoco.  L’opposto accade al solstizio estivo, quando la terra diviene arida a causa dell’eccesso di calore e la vegetazione inizia a soccombere, ma il simbolismo ambivalente non cambia.  Circa la possibile derivazione di F.W. dal corrispondente titano temporale greco-latino, cosa nella quale del resto non crediamo del tutto, occorre dire che essa è comunque mediata da una figura intermedia, quella di Father Time.  Costui è dipinto medievalmente su un Carro trainato da 2 Cervi, che fanno il paio colle 2 Renne di F.C.  Non si tratta tuttavia d’una trasformazione zoomorfica, semmai d’un parallelismo, se è vero che la Renna nel Nordeuropa com’è testimoniato da certi graffiti lapponi fungeva da traghettatrice nell’Aldilà fin dai tempi preistorici.
       Naturalmente il Cervo rimanda a Crono-Saturno (13), essendo i due palchi dell’animale un emblema della duplice fase spiralica temporale, diurna ed annuale, in senso ascendente e discendente.  Col Doppio Cervo o la Doppia Renna i 2 archi sono duplicati, ad includere gli equinozî.  Altri paralleli sono possibili, al di fuori della sfera natalizia.  Ad es. Merlino, descritto o raffigurato talvolta a cavalcioni del Cervo; ciò ci riporta al retroterra celtico, in cui era il cornuto Cernunno a dominare la scena, attorniato sia dal Cervo che dal Toro.  Il Cervo fiancheggia parimenti l’Anxiano nella IX Lama del Tarocco Esoterico ispanico, e cosí via.  In India il Cervo è posto a fianco di Śiva, oltreché di Vâyu.  Il primo, il cui nome ha valore di “fausto”, è il corrispettivo indiano di Fauno-Pan, variante mitica del gigante Orione; il secondo è il corrispettivo indiano di Eolo e, siccome dio dei venti, sta al dio Varuṇa esattamente come Eolo sta ad Urano.  La forma Vâta collega diversamente il nume eolico indiano a Wôden/ Wôdan, che nella sua forma alternativa Gôden – la prima è connessa al Cervo Lunare, la seconda al Toro Solare – è rimasto la divinità dominante degli Anglosassoni.  Tanto che ancor oggi gl’inglesi chiamano God il Dio cristiano.
       In sintesi, il Cervo o la Renna singolarmente od in coppia (nel secondo caso ogni animale tratteggia uno dei 2 corsi del moto solare annuale ed i rispettivi palchi i due quarti nei quali ciascuno di essi è suddiviso) equivalgono ad una Ruota, la Ruota dell’Anno.  Nel caso della Capra, il riferimento è semplicemente al Solstizio Invernale, o meglio al Capricorno, con cui comincia l’anno solare civile.  Abbiamo spiegato in precedenza che non è però questa la veste originaria del simbolo.  Considerando il grigiazzurro Väterchenfrost, mediazione germanica fra il F.W. britannico (ritratto in sembiante scuro oppure biancazzurro e a volte in verde come F.C., ma con corna vegetali) o l’incolore doppione J.F. dalle radici vichinghe ed il D.M. russo colle sue varianti baltico-slave (festeggiato il 7 gennaio), si deduce fin troppo bene come l’attributo primario del nume in questione nella propria parvenza uranica ancestrale debba esser stato nientemeno che una magica Verga ad immagine dell’Axis Mundi.  Tale Verga 



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equivale al Fallo d’Urano, contrassegno della trascendenza del cosmo.  Nella figura uranica manca non a caso il ruminante, e mancava anche in passato logicamente, essendo l’animale emblema della Ruota ossia del Mondo.
       V’è da aggiungere che, rispetto agli omologhi anglo-germanici, in D.M. i travestimenti dai tratti uranici (Verga e Blu Manto da incantatore) appaiono in evidente alternativa a quelli dai tratti titano-solari (Bisaccia dei Doni e Rosso Manto).  In rare occasioni si rinviene persino la Coppa di tipo celto-brahmanico, palesante la primordiale fisionomia da Re Pescatore del nume (14); anche questa ereditata da F.C. in quanto signore dell’abbondanza, prerogativa un tempo di Saturno (sposo di Ops), custode agrario dei tesori del Cielo e della Terra.  Si può allora supporre che al posto del ruminante vi fosse originariamente un pesce, ma già la Verga equivale di per sé al Corno/ Dente del Pesce.  Presente viceversa è l’Arca, che fa dell’ex-Re Pescatore sia un cosmocratore che un traghettatore d’anime nell’Oltremondo.  Come fra i latini la Verga e l’Arca son passate da Giano a Saturno, allo stesso modo è successo colle due differenti versioni del prototipo slavo di F.C.
       Il B.N. nostrano, al confronto, non è che un povero vecchio alquanto rincitrullito che ha perso alfine la stessa veste rosso-solare; in favore d’un nuovo mantello dai bordi bianchi, paragonabile all’ermellino del manto vescovile di San Nicola.  La parvenza ultima di Santa Klaus, cui il nostro B.N. tende sempre piú a rassomigliar per imitazione socio-consumistica del culto americano di provenienza olandese, rafforza pesantemente la parentela nicolina sviando coloro che ingenuamente credono il santo anatolico un precursore dei festeggiamenti natalizî attuali.  E non è vero se non limitatamente.  Giacché F.C., s’è visto, proviene attraverso F.W. da D.M. e la dimora di quest’ultimo va situata nel vago incanto della grande tundra siberiana.  Anche se i bielorussi pongono il loro Dzied Maroz nella Belovezhkaya Pushcha, l’antica terra boscosa al confine colla Polonia; sorta di magica foresta brocenlandese locale, vetusta come quella dove dimorava silenziosamente il silvestre ed eremitico Merlino, festeggiato prima che Sant’Antonio Abbate gli prendesse il posto il 17 gennaio.  Data in ogni caso della nostra nascita tardiva, dovendo per regola nascere il 7 (giorno di D.M.); ma questo è un altro discorso, sebbene casualmente in tema con B.N.
                                                       Manu Akâladâs 
                                                                                                        (pseud. di G.Acerbi)


Note


(1)      S.L. Macey,  Patriarchs of Time- Georgia Un., Atene-Londra 1987.   
(2)    L’ir. Zurvân equivale d’altronde pure etimologicamente – cfr. G.Acerbi, Note sullo sfondo cosmologico del Tetramorfo di Ezechiele (Alle pendici del Meru, blog, 17-04-06) – a Sâturn-us, desinenza finale a parte, ovviamente.  



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(3)    M.Kerbaker, Saturno-Savitar e la leggenda dell’età dell’oro- Regia Univ., Napoli 1890 (memoria letta all’Acc. d’Arch., Lett. e B.Arti dal socio M.K.). 
(4)    G.Acerbi, Kâlacakra. La Ruota Cosmica,- Univ. “Ca’ Foscari”, Venezia 1985, 2 voll., tesi di laurea, Cap.I sgg.  
(5)    Ac., art.cit., passim.
(6)    Nella letteratura tardo-medievale prevale l’aspetto annichilente e la Falce è affiancata dalla Vanga o dal Rastrello (J.Seznec, La sopravvivenza degli antichi dei. Saggio sul ruolo della tradizione mitologica nella cultura e nell’arte rinascimentaIi- Bollati Boringhieri, Torino 1981,  P.II; Cap. 5. 2 e 5, pp. 184 e 194.
(7)    Ibîd., P.III, Cap. 8.2, p.322, tav.107.
(8)    M.Akâladas,  La vera origine di Babbo Natale- La Gazza Ladra, blog, 22-07-09 sgg (ricicl. su questo blog il 13-1-15, agg.post.).
(9)    Analoga cosa si potrebbe dire della Pasqua quale festa del rinnovo della vita in senso edenico, ove il mistero pre-cristiano della fecondità e della fertilità (insomma, dell’Abbondanza) è messo in secondo piano rispetto a quello della Crocifissione e della Resurrezione  dei Morti.
(10)   Fatto superficialmente additato da certuni come Evola quale “comunismo primitivo” ed in quanto tale repellente, ma già prima di costoro Kerbaker giustamente respingeva il concetto.
(11)   Vedi ad es. quanto dichiara il Bruni in un suo art. on line, in cui assurdamente nega realtà storica alla simbologia edenica.
(12)   Ak., art.cit., passim.
(13)   Il primo termine in greco indica il ‘Cornuto’.
(14)   H.Mriga, Bran, Varuna e Urano: il Re Pescatore, sovrano universale delle acque, nella letteratura indoeuropea- Ritorno al Paradiso Perduto, blog, 22-07-07 (riciclato in questo blog, nel dic. 2014, con nuovo tit.: Il Re Pescatore, sovrano universale delle acque, nella letteratura indoeuropea.  Paralleli fra Bran e Brahma, nonché Varuna e Urano).


Illustrazioni

                     Fig.1- Crono che divora i suoi figli (scult., Mus. del Louvre, Parigi)

 Fig.2- Saturno che divora i suoi figli (F.Goya, pitt., Mus. del Prado, Madrid, XIX sec.)

          Fig.3- Kâla indossante una Collana di Teschî, allusione ai Cicli innumerevoli 
  (altoril., 64 Yoginî Pîtha, ingr.or., Hirapur [distr. di Puri, c/o Bhubaneçwar, Orissa], X sec. d.C.)


                    Fig.4- Savitar, con paramenti solari, su Antilope (ill.pop.cont., India)

   Fig.5- Old  Man Winter in Manto Blu, con Verga e Bisaccia (ill.pop.cont., Regno Unito)

               Fig.6- Father Winter in Manto Marrone, con Verga e Abete (statuetta cont.)

                  Fig.7- Jack Frost in Manto Blu, con Verga ( T.Harts, pitt.cont. )

                   Fig.8-Väterchen Frost, mediatore germanico fra il Nonno Gelo russo
ed il Padre Inverno britannico, con Manto Grigio-blu e Verga (ill.pop.cont.,Germania)

 Fig.9- Ded Moroz in Blu manto, con Verga e Bisaccia dei Doni (ill.pop. cont., Russia)

    Fig.10- Doppelgänger di S.Klaus in forma di divoratore di bambini (Kindleinfresser)
             (dis. popol. natal., dett., The Bettmann Archiv., dat. inc.,  paesi germanici).

 Fig.11- Il Krampus, attendente demonico cornuto di S.K. diffuso nel versante alpino germanico-slavo, qui in sembiante di caprone nell’atto di divorare un bimbo cattivo (ill.pop. cont.)

 Fig.12- L’Uomo Nero (Zwarte Piet, Black Peter ), altro attendente nordico-germanico di S.K., forse una var. del Krampus (cfr. col Kâla indiano)(folcl. cont.)

                                          Fig.13- I Saturnâlia romani

                                       Fig.14- Evirazione di Urano da parte di Crono 
                                 (G.Vasari, affresco, dett., Pal.Vecchio, Firenze, XVI sec.)

                                                       Fig.15- Nebrod (rame, S.Cady).

Fig.16- Ded Moroz con manto celeste ricoperto di stelle, ed in mano Posokh (verga incantatrice di cristallo = axis mundi) e Lunitsa (emblema lunar-mensile), in veste evidente d’uranico signore dell’illusione cosmica (vecchia cart.natal. russa )


                                     Fig.17- Nascita di Venere, attorniata da Amorini 
                                          (A. Cabanel, Mus. del Louvre, Parigi, XIX sec.)

            Fig.18a- Snegurka, in versione-sposa di Ded Moroz (vecchia cart.natal. russa)

 Fig.18b- Snegurotchka, in versione-figlia di D.M., colla slitta trainata da 2 Renne ma guidata dall’Orsa (idem) 


                       Fig.19- Father Christmas in Manto Verde (folcl.cont., R.U.)
 
          Fig.20- Oak King-Winter Solstice con corna arboree (A.Stokes, ill.pop.cont., idem)

 Fig.21- Holly King, associato a Bran, all’Uomo Selvaggio e al Solst. Invernale (id.)

        Fig.22- Oak King, associato a Balder, all’Uomo Verde e al Solst. Estivo (id.)
 
Fig.23- L’alato Father Time, col suo carro trainato da 2 Cervi, è seguito dalla massa popolare in un paesaggio desolato (F.Lippi?, ispir. ai ‘Trionfi’ di F.Petrarca; Il Trionfo del Tempo, XV sec., Coll. J.Murray., Londra)

            Fig.24- Father Christmas (Père Noël) colla slitta trainata da 2 Renne
       (ill.pop.cont., Canadian Illustrated News [Vol.XII, N°26, p.401], 1875, Canada)

Fig.25- Il Capro delle feste natalizie (Yulbock), che secondo le tradizioni nordico-germaniche porta i regali ai bambini trascinando la slitta di F.C. (di tipo Tomte) (quadretto popolare natalizio, dataz.  e proven. incerte)

 Fig.26- La slitta di D.M. trainata da cani e quella di Snegurotcha da una sola Renna  (vecchia cart.natal. russa )


 Fig.27- La Renna che conduce su una slitta funebre le anime nell’Aldilà (Jabmi-aimo)
                    (dipinto su pelle di tamburo, arte tribale, dataz. inc., Lapponia)

                           Fig.28- Merlino prende l’aspetto di cervo (miniatura)

                        Fig.29- Cernunno Bicorne, attorniato da Toro e Cervo
                                (rilievo intagliato, Mus.-Abb. di S.Remy, Reims)

                                                   Fig.30- Il Vegliardo col Cervo
(doppia simbologia saturnio-solare, IX Lama, Arc.Magg., Tarocco esoterico spagnolo)

             Fig.31- Rara immagine di Shiva col Cervo al fianco, anziché l’Antilope 
                        (metallo, Mus. del Kerala, Trivandrum, India, XVI sec. d.C.)

          Fig.32- Vâyu su Antilope, ma piú spesso su Cervo (ill.pop.cont., idem)

 Fig.33- F.C. in Manto Scuro, con Verga e Coppa del l’Abbondanza (folclore cont., R.U.)

 Fig.34- Idem su Caprone, con Cesto dei Doni e Coppa dell’Abbondanza
                                         (ill.pop.natal., XVII-VIII sec., prov. inc.)

 Fig.35- D.M. munito di Coppa dell’Abbondanza (ill.pop.cont., Russia)

 Fig.36- Idem coll’Arca Salvifica primeva di re pescatore, in funzione creatrice cosmogonica o cosmo- lettica di traghettatore d’anime (vecchia cartol.natal. russa)

Fig.37- Id. in Rosso Manto identificato ad una rossa palla dell’Albero di Natale, plastica raffigurazione dell’Arbor Mundi, su cui sono sospese tutte le sfere del cosmo (idem in stile popolare)
 
                                Fig.38- Id. in Rosso Manto a cavallo di cervo  (id.)

     Fig.39- F.C. con Rosso Manto (una tonaca) nell’atto di trasformarsi in S.K. 
                                               (tappetino in cotone, Ep.Cont., Usa)

      Fig.40- Il Vescovo Nicola vestito con abito rosso vescovile, bordato di bianco
                                            (icona ortodossa, Medioevo, Russia)

                                 Fig.41- S.K., con Manto Rosso bordato di bianco 
              (ill. pop.cont. del mondo globalizzato, in chiave consumistico-mercantile)

mercoledì 19 dicembre 2012

LA FIGURA DEL RE PESCATORE IN INDIA E NEL NORDEUROPA



(versione integrale dell'articolo)


È nota l’importanza che ha nella leggenda graalica la figura del Roi Pêscheur (il King Fisher degl’inglesi), da tutti gli studiosi messo in relazione seppure solo parzialmente con un nume gallico, il misterioso Bran.  Quantunque, in realtà, la definizione s’estenda ben al di là del mondo celtico-cristiano. Dato che la si ritrova del pari nell’epica hindu, precisamente nel Lib.I del Mahâbhârata, opera attribuita a Vyâsa e compilata all’incirca fra il II sec. a.C. ed il II d.C.  Non sto qui ad analizzare il significato dettagliato del titolo, né la trama del poema per intero o le varianti testuali.  Vorrei piuttosto prender in considerazione esclusivamente le analogie nell’ambito della mitologia hindu e di quella cristiana fra la figura del Fisher-king (Re Pescatore) graaliano ed il corrispondente Dâçârâja (id.) mahabharatiano. 

Il Daçaraja dell’epica hindu
Tale personaggio, sarà bene precisarlo, nell’ambito dell’induismo compare soltanto nell’epica e all’interno di questa unicamente nel Mahabharata.  Non altrove.  O meglio, ricorre pure in ambito folclorico, ma non con chiari connotati.  Tuttavia, sebbene in tal caso il ruolo del personaggio sia un po’ scheletrico, un fattore decisivo viene aggiunto: il nome.  Ed il nome, a chiare lettere, è Satyavrata (lett. “alla verità-votato); piú noto come Manu Satyavrata, o semplicemente Manu, cioè l’Adamo indiano.  Famoso per la saga del Grande Pesce (Mahâmatsya), posto dapprima per le minuscole dimensioni in un piccolo vaso e poi per il continuo aumento delle proporzioni in contenitori sempre maggiori.  Ivi non tratto del Pesce, se non per i brevi riferimenti necessari alla comprensione del soggetto; la discussione a seguire vertirà esclusivamente sul Re Pescatore, vale a dire il protagonista umano della saga.  Il Kathâsaritsâgara (Vol.II, Lib.V, Cap.XXV), nella trad. del Tawney, lo descrive sommariamente quale “ricco re dei Nishâda”.  Ecco il fattore decisivo che permette d’identificarlo al suddetto Daçaraja.  Sarebbe troppo lungo in codesta sede spiegarne le ragioni.  Onde non posso far altro che rimandare tale compito a 2 miei libri ancora inediti: a) Il Re Pescatore e il Pesce d’Oro, b) L’Uomo e il Pesce.  Il succit. testo kashmiro ad esser sinceri adotta l’espressione “king of the fishermen” alternativamente a quella di “fisher-king”, ma lo stesso problema si riscontra nella trad. del Mahabharata.  D’altronde, che si tratti d’un attribuzione simbolica è provato indirettamente dal fatto che nel 



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contesto dell’opera di Somadeva (XI sec.) il possente sovrano di Utsthala viene contattato da Çaktideva – brahmanico protagonista del racconto – al fine di poter rintracciare Kanakapurî, la Città Aurea.  Satyavrata colla sua nave conduce il giovane brahmano, giunto a lui dopo esser uscito indenne dal ventre d’un grosso pesce, fino ad un grande albero che s’erge su un gorgo marino.  Quivi scompare in mezzo ai flutti, sparendo alla vista.  A sera però grossi uccelli simili ad avvoltoi vanno a posarsi sul gigantesco albero ed allora Çaktideva che nel frattempo ha ottenuto la capacità di capire la lingua degli uccelli, si nasconde fra le ali d’uno di essi ed ottiene cosí la possibilità di raggiungere l’agognata meta.  In Kanakapuri il neofita incontra, dormiente come morta, la principessa Kanakarekhâ (Vena d’oro) che era stata promessa dal re di Vardhamâna – certo Paropakârin – a chi avesse potuto visitare di persona la Città Aurea.  Tornato alfine a Vardhamana, Çaktideva si meraviglia di trovare la figlia del re viva e vegeta, ma costei gli spiega di essere in quella forma umana per la maledizione d’un eremita.  Fatto sta che, secondo l’intreccio tipico dei raccoglitori di fiabe indiane sul modello del Pañcatantra (in seguito trasmesso dall’India al mondo musulmano e piú oltre fino all’Europa tardomedievale), la principessa svanisce e torna alla Città Aurea.  Nel vano tentativo di ritrovare la sua promessa sposa, Çaktideva raggiunge di nuovo Utsthala; sennonché quivi è imprigionato dai figli del Re Pescatore, che l’accusano d’aver condotto a morte il loro padre. Per vendicarlo vorrebbero sacrificare il giovane viaggiatore a Durgâ, tuttavia la loro sorella Vindumatî s’innamora di lui a prima vista e finisce per farsi sposare, ma nemmeno questa è la soluzione finale; poiché inseguendo un demone (daitya) in forma di enorme verro che imperversa attorno a lui il neofita, armatosi  cavaliere con lancia in mano, raggiunge una grotta ove incontra Vindurekhâ.  Anche costei induce il brahmano a sposarla, in tal caso per riconoscenza, essendo la principessa stata salvata dalle grinfie del demone.  Ma finisce per sparire pure lei dopo esser rimasta gravida ed aver visto il proprio feto d’otto mesi sacrificato dal marito, che a causa di ciò diviene un veggente ovvero un possessore della conoscenza soprannaturale (vidyâdhara), superiore alla naturale gnosi (jñana).  Ed ecco che giunge poi immancabile, da parte della figlia del Re Pescatore, la spiegazione di tutti gli strani eventi e la soluzione riparatrice.  Ossia Vindumati rivela allo sposo d’esser la sorella di Kanakarekha e di Vindurekha, ond’è costretta a partire alla volta di Kanakapuri, dove una quarta 



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sorella l’attende.  Çaktideva però per via dei suoi raggiunti poteri shamanici è ora in grado di seguirla in volo e colà, nella Città d’Oro, diverrà alla maniera indiana il marito di tutte e quattro le sorelle.  Compresa la piú vecchia, Candraprabhâ (Lustro della luna).  Ed otterrà da Çaçikhandapada, re dei Vidyadhara, lo scettro di quel reame col nuovo nome di Çaktivega.  Un approfondimento di questa storia iniziatica chi vorrà lo troverà nel secondo dei miei due libri summenzionati.  Orbene, quanto ci narra il Mahabharata apparentemente è molto diverso, ma s’osservano alcuni punti in comune.  Come già rilevato, il nome proprio del Daçaraja non vien fatto.  Comunque la figlia adottiva è denominata Satyavatî, il che la collega strettamente a Satyavrata, persino sul piano filologico.  Il Re Pescatore non è altro infatti che Manu, come tale equivalente a Varuna, il Signore delle Acque tardivamente spodestato in codesta funzione da Indra o Vishnu.  Ed è significativo che ella sia denominata alternativamente Kâlî (la Vergine, non la Vegliarda), o meglio Matsyakâlî.  Vale a dire la forma ittio-uranica e primeva della dea Kali.  Del resto l’altro nome alternativo di Satyâ la designa, chiaramente, quale dea del Satyayuga (Età della Verità = Aurea).  Ed analogamente il fatto d’esser gemella di Matsyarâja, figura che funge nel poema da doppione del Matsyâvatâra, ne fa un corrispettivo di Parçu (Eva), la figlia-sposa di Manu (Adamo).  Che dire poi di Çantanu, il marito della figliastra del Daçaraja (mitica progenitrice dei Kuru e dei Pândava, le due stirpi apparentate affrontantisi nella fratricida guerra narrata nell’epico poema), se non che egli personifica Sâgara o Samudra (l’Oceano) e che perciò rappresenta la trasposizione umana di Varuna.  Infatti, come acutamente segnala E.W. Hopkins in Epic Mythology (Delhi et al. 1974), l’Oceano è presentato nei testi quale attendente di Varuna, l’Urano indiano.  Anche Platone in effetti, nel Timeo, subordina Okéanos ad Ouranós, mentre nella cosmogonia orfica il secondo funge da doppione del primo ed è Érôs a svolgere un ruolo primario.  Hopkins, illuminandoci sull’argomento, spiega che Varuna viene in genere considerato allotipo di Yama, benché l’uno sia associato cosmologicamente alla Prakriti (Sostanza) e l’altro al Purusha (Essenza).  Tant’è che il dio delle acque – un tempo celesti, poi marino-fluviali – ha come emblema la Conchiglia (Çankha) o l’Oca Selvatica (Hamsa), trasmesso anche al figlio Vala/Bala (o Vali/Bali) ed alla figlia Varunânî (cioè Ouranía, la quale per metatesi consonantica è divenuta la latina Venere); invece il dio 



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dei morti e primo morto (al pari di Manu/Adamo) possiede la Verga, che lo rende simile al nostro Iânus.  In base a quanto appena osservato, si capirà quindi perché il Daçaraja per via della sua universale sovranità sulle acque presieda a fiumi e correnti.  Tra l’altro Çantanu, alter-ego di Satyavrata, tramite la dea Gangâ è altresí padre di Bhîshma (l’Achille indiano), cui è dedicata la cd. Bhîshma Gîtâ; intermezzo di carattere  
çaiva alternativo nella forma e nei contenuti alla vaishnava e piú celebre Bhagavad, tesa ad esaltare la figura morente d’un invincibile guerriero alleato ai futuri vinti.  E non a caso in Grecia il “Tetide” Achille è parallelamente figlio d’una nereide avente quasi lo stesso nome della consorte del titano Oceano. 

Il Roi Pescheur dell’epica cristiana
Similmente all’Oriente in Occidente la stirpe di re pescatori – denominati alternativamente “ricchi pescatori” – è legata alla discendenza da un antenato illustre, Hebron, cognato di Giuseppe d’Arimatea; che, essendo parente di Gesú (Gardner l’identifica al fratello Giacomo, fondatore della Chiesa di Gerusalemme), connette la loro stirpe al Cristo medesimo.  In India invece, abbiamo visto, Il Re Pescatore è l’equivalente d’Adamo e la sua sede è un’isola paradisiaca.  Sede del culto cristiano viceversa è il Castello Avventuroso, dapprima identificato a quello non ben localizzabile di Corbenic e tardivamente trasferito al pirenaico Munsalwaesche (Môns Salvâtiônis).  Nei testi franco-britannici, facenti capo al Lancelot-St.Graal (XIII sec.), il depositario del culto è Re Pelles.  La bellissima figlia di costui (Elena), andata sposa a Ser Lancillotto del Lago, genererà al prode cavaliere l’ascetico Galaad; ma la trascuratezza del padre, invaghito di Ginevra, determinerà la drammatica morte della soave dama lunare.  Ciononostante sarà il mondano Lancillotto ad avvicinarsi per primo al mistero, la Voce (Interiore) promettendogli che avrebbe esaudito lo scopo della cerca da lui intrapresa analogamente ad altri compagni d’avventura.  E difatti, apertasi la sacra soglia del castello, egli scorge la Tavola d’Argento del Graal ricoperta di seta rossa; ma, ben presto, tutto dispare ed il cavaliere sviene.  Peggio ancora succede ad Estor delle Paludi, fratello di Lancillotto, cui si serrano tutte le porte.  Mentre a Galaad, indossante una cotta rossa di valore alchemico, si schiuderà alfine ogni mistero.  Gli altri cavalieri possono solo contemplare il Graal ricoperto di tela bianca fluttuare magicamente per l’aere, essendo



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incapaci per loro natura di penetrare il significato recondito della visione.  Il trio eletto invece, Bohors-Parsifal-Galaad, dopo l’avventura sull’incorruttibile Vascello di Salomone – che sta al Santo Vasello come la Confraternita (allusione ai Templari) sta al Cuore (purificato dal Santo Spirito) – e l’incontro colla “Pulzella-che mai-non mente” (Vêritâs) – la quale mostra loro la Corona d’Oro e il Letto a Tre Fusi (Verde, Bianco, Rosso), proveniente dal paradisiaco Albero della Conoscenza – riesce nell’intento di portare a termine la cerca nel Castello del Graal.  I 3 colori indicano la triplice fase realizzativa della trasformazione interiore: Viriditas, Albêdô e Rubêdô.  Essa è connessa colle tappe principali dell’iniziazione ermetica: Risalita, Rinascita ed Illuminazione.  Galaad, che già aveva retto la Spada di Salomone (immagine della Coscienza dell’Unità Divina), riunisce alfine le due metà della Spada Spezzata (la Conoscenza degli Opposti) con cui era stato ferito Giuseppe d’Arimatea; al dire di De Boron (XII sec.), il primo custode della Coppa dell’Ultima Cena, posta in un’arca e denominata in seguito Graal.  La storia narrata dal chierico borgognone differisce da quella del ciclo vulgato.  Entrambe le versioni concordano comunque che Giuseppe fu imprigionato dai giudei in un sotterraneo, ma la prima fonte aggiunge anche della fuga di Nicodemo; inoltre per il chierico è Gesú che gli porta direttamente la Sacra Coppa di nascosto in carcere, mentre per l’anonimo è Giuseppe che se la procura nella casa ove era stata consumata l’Ultima Cena il giovedí prima di Pasqua.  In entrambi i testi non si fa menzione di Longino.  Da una parte è il Redentore a raccogliere il proprio sangue nel calice, dall’altra è Giuseppe a convogliarlo in esso dalle ferite stillanti.  Quasi che il corpo del Cristo fosse ancora vivo dopo la deposizione dalla croce, come peraltro paiono sottintendere gli Apocrifi allorché insegnano che la vera Resurrezione può avvenire soltanto in vita, non in morte.  Tant’è che secondo De Boron (iv), il quale del resto a differenza della fonte anonima – piú ambigua ancorché piú esplicita – mette in rapporto la Vergine Madre non collo Spirito Santo bensí col Padre, la coppa è il simbolo della morte di Gesú.  Una morte soltanto simbolica, dunque, poiché il Figlio è increato; sebbene l’anonimo incongruentemente attribuisca a Giuseppe, per volontà del Cristo risorto, il voler farsi credere morto “affinché la sua riapparizione assumesse la natura di un evento al di là dell’ordine naturale delle cose”.  Eppure del Figlio di Dio è scritto, proprio in De Boron, che “apparve a Maria Maddalena, ai Suoi Apostoli,



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ai Suoi seguaci… in carne ed ossa”.  Come se sulla Croce, col pretesto d’una rappresentazione rituale di carattere iniziatico, fosse scemata esclusivamente la natura corporea del Cristo e non lo spirito vitale.  Il ferimento rituale del primo possessore della santa reliquia, poi ripetuto nei confronti del Re Magagnato a mezzo di Lancia, aveva reso perciò tutta la dinastia dei Ricchi Pescatori dei re paralitici; o zoppi, se vogliamo.  Ad imitazione del Maestro.  Onde rappresentare materialmente lo stato di necessità in cui trovavasi l’uomo decaduto e bisognoso di purificazione, lontano dal regno edenico.  Quel che catechisticamente chiamasi “Peccato Originale”.  I tre cavalieri scelti all’interno del Castello del Graal hanno la visione di Gioseppo, il primo vescovo, figlio di Giuseppe d’Arimatea.  La veste rossa del Re Pescatore, qual è tratteggiata nelle descrizioni varie del personaggio, è quella stessa vescovile.  Trattasi tuttavia, in tal caso, d’un vescovo gnostico.  Gioseppo era stato l’unico ad avere il privilegio di ricevere il sacramento dell’ordine direttamente da Cristo nel Palazzo Spirituale della città di Sarraz, in Mesopotamia, laddove era passato il profeta Daniele cogli altri ebrei condotti schiavi a Babilonia da Nabucodonosor.  Colà, aprendo l’arca istituita dal padre aveva avuto a sua volta la visione dell’Uomo Rosso, di veste e di carne.  Ed aveva ricevuto i paramenti sacri: la bianca mitria, la veste rossa nonché l’anello del pescatore ed il pastorale.  Quest’ultimo simboleggiava simultaneamente il Rigore e la Misericordia, l’anello l’Unione con Dio e colla Chiesa, la mitria la purezza ottenuta colla confessione dei peccati; il color rosso alludeva invece alla Câritâs, ovvero all’Amore Divino, che a mo’ di fuoco spirituale scioglie i limiti d’ogni individualità e trasforma il prossimo in noi stessi.  I tre cavalieri dunque vedono recare nel castello da parte di 4 Angeli una lancia-grondante-sangue e il vescovo la posa nel Sacro Calice.  È per conservare la preziosa reliquia che è stata edificata la roccaforte di Corbenic, cui presiede appunto la figura enigmatica del Re Pescatore.  Da Gioseppo attraverso Hebron, Alano il Grosso ed altri, sono discesi Pellehan e Pelles.  Fra Gioseppo ed Alano si colloca il summenzionato Re Paralitico (ossia Re Evalac, detto lo “Sconosciuto” poiché nulla sapeva delle proprie origini), il quale dopo la visione trinitaria degli Alberi dall’unico fogliame e la conseguente conversione assume il nome di Mordrain.  Un po’ diversa sarà l’impostazione della narrazione nella letteratura tedesca tardomedievale, attestante una situazione posteriore di culto; allorché il Castello del Graal 



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si sposterà in una regione piú meridionale, addirittura ispanica.  Tale sarà il castello di Anfortas (storpiatura letteraria per Alfonso d’Aragona, re di Spagna), alla corte del quale non giungerà Galaad in compagnia degli altri due eletti; bensí il solo Parsifal, detto non per niente il “Cavaliere Rosso”.  Ed allora si capisce quale debba esser stato il Sacro Calice nelle funzioni cerimoniali medievali: quello ovviamente a forma di doppia coppa – corrispondente nella sagoma al Sigillo di Salomone – ora conservato nella Cattedrale di Valencia ed ossequiato in un viaggio pontificio persino da Papa Woityla, sebbene la Chiesa Cattolica affermi dal suo punto di vista (legittimo, ma non vincolante) l’inesistenza del Graal.  Un’ultima cosa resta da dire sul simbolismo evangelico del Pesce.  A codesto emblema si richiama quel passo della Cerca in cui non sono “pesci e pani” ad esser moltiplicati per sfamare gli astanti, come nei Sinottici, ma un unico Grosso Pesce.  È il dodicesimo figlio di Hebron, Alano, a pescarlo un dí in Gran Bretagna su ingiunzione di Gioseppo dopo il trasferimento dalla Palestina in terre settentrionali dell’Europa.  Questo “pesce di notevolissime dimensioni” si richiama al tema del pesce piú grande non rigettato dal pescatore intelligente a differenza dei piccoli, ricorrente in un passo (vii ) del Vang. di Tommaso ed illustrante il Salvatore in dimensione gnosticheggiante.  Di tale pesce allusorio, relativo all’espandersi incontrollato dell’evangelizzazione su un doppio piano interiore ed esteriore, asserisce infatti il rimaneggiamento epico ottocentesco del Boulanger che “crebbe di modo che tutti coloro che avevano fame poterono saziarsi come se avessero avuto davanti a sé le migliori carni del mondo”.  In memoria di ciò Alano è stato denominato il “Ricco Pescatore” per eccellenza, dopodiché l’appellativo è passato a tutti gli altri discendenti a seguire.

                                                                                        Giuseppe Acerbi



Illustrazioni


1.  Ritratto di Vyasa, autore del Mahabharata (miniatura indiana).



2.  Manu a cavalcioni del Mahâmatsya del Diluvio Primevo (scultura indiana, Naurangi Darwaza, Forte Raichur, Museo Archeologico, Hyderabad).



3.  Manu Satyavrata, il re pescatore indú, col Matsyavatara (miniatura nepalese, copertina, Prajñâpâramitâ, N. & A. Heeramaneck Coll.).



4.  Satyavati, la figlia del re pescatore (illustrazione contemporanea da antichi modelli, S.B.P. Pratinidhi, India).


5.  Re Çantanu innamorato di Matsyagandha aliâs Satyavati (pitt.ind., R.R. Varma, Epoca Contemporanea).

6.  Ganga, sposa alternativa di Çantanu, su Makara (pittura popolare, dett., Gujarat, coll. J.Appasamy, Delhi, India).

7.  Bali, figlio di Varuna, fuoriuscente dallo Çanka (min.ind., dett., India).

8.  Il titano Oceano, munito di chele sul capo (mosaico pavimentale romano, dett., Cividale del Friuli, Museo Archeologico Nazionale, II sec. d.C.)

9.  Giuseppe d’Arimatea colla Coppa del Graal (Anon., dis.cont., 1939).

10. La Nave di Salomone ( Anon., min.franc., Biblioteca Nazionale, Parigi).

11. Lancillotto dinanzi al Castello di Corbenic (E.H. Garrett, dis.cont., Boston 1901).
 

12. Il Re Magagnato, sovrano di Sarraz, ferito da lancia ad una coscia (Anon., min.med., Le Roman du Saint-Graal, Francia, XIV sec. ).

13. Elena, la figlia di Pelles, il re pescatore (G.Doré, dis.cont, XIX sec).




14.  Galaad, Parsifal e Bohors nel Castello Avventuroso (W. Russell Flint, ill.cont., 1927).



15.  Pelles, sovrano della Terra Desolata, il re pescatore cristiano (ill.cont.?).
 
16.  Parsifal incontra il Re Pescatore, infermo su una barca, presso il Montsalvat (ill.cont.?).



17.  Parsifal, il Cavaliere Rosso, giunge al Montsalvat (M.Wiegand, ill.cont., Londra).


18.  La Sacra Coppa del Graal (Anon., oggetto rituale antico, Cattedrale, Valencia, Spagna, dat.inc.).


Fonti

1.    R.Gnoli-L.P. Mishra, Storia della letteratura indiana- Fabbri, Milano 1971, p.29, tav. n.num.
2.    H.Heras, Studies in Proto-Indo-Mediterranean Culture- I.H.R.I., Bombay 1953, p.415, fig.276.
3.    P.Pal, The Arts of Nepal- E.J. Brill, Leida-Colonia 1978, tav.22.
4.     V.S. Sukthankar, The Mahabharata- Bh.O.R.I., Poona 1933, Vol..I, a fr. di p.250, ill. al passo i. 57. 56.
5.    On line.
6.    H.Mode-S.Chandra, Indian Folk Art- D.B. Taraporevala, Bombay 1985, fig.218.
7.    K.C. & S. Aryan, Rural Art of Western Himalayas- Rekha, N.Delhi 1985, p.92, fig.85.
8.    A.Morelli, Dei e miti. Enciclopedia di mitologia universale- E.L.I., Torino ?, sv.OCEANO, p.362.
9.     On line.
10.  Anon. del XIII sec., La storia del Santo Graal- Alkaest, Genova 1981, Vol.I, copert.ant.
 11.  On line.
 12.  On line (TEMPLARI E GRAAL).
 13.     On line.
 14.     On line.
 15.     On line (THE FISHER KING).
 16.     On line, id.
 17.     On line.
 18.     On line.


Fig.1

Fig.2

Fig.3

Fig.4

Fig.5


Fig.6

Fig.7

Fig.8

Fig.9

Fig.10

Fig.11

Fig.12

Fig.13

Fig.14

Fig.15

Fig.16

Fig.17

Fig.18


(15-12-14)

Link: G.Acerbi, Il Re Pescatore, sovrano universale delle acque, nella letteratura indo-europea (15-12-14).