giovedì 6 novembre 2014

LE TRE VIE




a)  Nozioni generali

        In Mrigeçvara (1) abbiamo provato l’esistenza in India d’un simbolismo annuale equinozial-solstiziale inerente ai Misteri Minori e Maggiori del Tantrismo, parimenti a quello dei Piccoli e Grandi Misteri di Eleusi in Grecia.  In Kali (2) abbiamo concentrato invece l’attenzione specificatamente sullo Ҫaktismo, dimostrando che tracce disperse degli stessi schemi cosmologici sono presenti potenzialmente in varie regioni della vasta ecumene culturale indomediterranea ed oltre.  Ora ambiamo spiegare qualcosa di piú segreto, qualcosa che persino un grande esperto d’esoterismo quale Guénon temiamo non sia riuscito ben a capire.  Non ce ne vorranno i guénoniani se diciamo cosí, ma crediamo d’esser nel giusto.  Come tanti esoteristi all’inizio per comprendere il meccanismo simbolico delle varie vie iniziatiche ci basavamo sui presupposti insegnati dal maestro francese, per quanto fossero imperniati sullo Yoga e non sul Tantra.  Sennonché ci avvedemmo ben presto che i conti non tornavano, e non soltanto per il fatto che non esistevano Misteri Yogici accanto ai Misteri Tantrici.  La maggior parte degli studiosi, sia detto con tutto rispetto, non ha grande competenza in campo astrologico.  E questo è probabilmente il motivo onde, a nostro giudizio, nemmeno il grande René ha approfondito bene la questione.  Il problema principale, riferito in chiari termini, è sostanzialmente il seguente.  Guénon parlava di Piccoli e Grandi Misteri, distinguendo i primi come la via che conduceva alla rinascita paradisiaca e la seconda quale sentiero verso l’immortalità celeste.  Fin qua nulla da eccepire, concordavamo ovviamente con lui, ciò corrispondendo anche a quanto si trovava nelle tre grandi vie spirituali indiane: çivaismo, vishnuismo e çaktismo, tecnicamente definite in ambito tantrico con riferimento al grafico del cerchio annuale Cammino di Destra (Dakshinâcâra), Cammino Superiore (Uttarâcâra) e Cammino di Sinistra (Vâmâcâra).  Di solito il secondo non viene mai citato, perché a differenza del Veda, ove è il Vishnuismo – una via di centro – la via prevalente, nel Tantra sono le altre due opposte a dominare.  L’Uttarâ è chiamato pure Madhyamacâra, essendo un Cammino di Mezzo, non meno del Mâdhyamika in ambito buddhista.  Orbene, i Tantra medesimi sono distinti in Âgama, Samhitâ e Tantra (il termine va 



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inteso questa volta in senso piú ristretto e specifico) a seconda che prevalga in essi il punto di vista çaiva, vaishnava o çâkta.  Talvolta però prevale la definizione comune di Agama, vale a dire i (Libri) Trasmessi, per differenziare i testi non vishnuiti dalle Samhitâ; ossia i Trattati, di tipo vedico.  Ed allora parlasi piú distintamente di Ҫaivâgama o di Ҫâktâgama.  A differenza dei Veda, nei quali non esiste alcuna vera differenza fra esoterismo ed esoterismo, alla maniera iranica (nel senso che l’uno sfuma nell’altro), nei Tantra vi è un interiore (hârda) ed un esteriore (bâhya); il primo conduce alla tântrikîdîkshâ (iniziazione tantrica), utilizzante metodi differenziati rispetto alla vaidikî (vedica), il secondo alla comune devozione (bhakti).  La classificazione testuale, oltreché su ciò, si basa sul punto di vista delle principali sette: si enumerano quindi 28 Agama Maggiori e 108 Minori (Upâgama), mentre i Tantra sono 77.  Le Pâñcarâtrasamhitâ, cosiddette dai Pañcaratra (scritture vishnuite venerate dalla scuola dei Pâñcaratra ed ipotecanti la quintuplice natura di Krshna-Vâsudeva), variano invece nelle citazioni da 25 a 108.  Si conosce inoltre l’esistenza d’altri tantra paralleli: 180 saura, 122  gânapatya e 39 bauddha, in rapporto vicendevole a Sûrya, Gânapati e Buddha.  I bauddha hanno avuto particolare continuità nel mondo estremorientale, ove hanno dato luogo ad un tantrismo buddhista, in seguito denominato ‘buddhismo tantrico’.  Bisogna tener conto, per capire le varianti numeriche dei testi di base, che la maggioranza dei tantra sono stilati in manoscritti tuttora inediti; di quelli editi ben pochi sono stati tradotti in inglese, figuriamoci in altre lingue!  Anche perché solo i principali tantra sono scritti in sanscrito, molti compaiono in lingue vernacolari.  Cercando d’orientarci in tal guazzabuglio di dati, ed ivi è nata la nostra presa di distanza dalle enunciazioni in linea di principio sparse qua e là dal maestro di Blois, abbiamo cercato di giungere a delle conclusioni omogenee.  Ci spieghiamo.  Non era vero come principio-base che i Grandi Misteri si compissero col Solstizio Invernale (S.I.) ed i Piccoli coll’Equinozio Primaverile (E.P.), non sarebbe stato possibile.  Almeno, non nella stessa via spirituale.  Come poteva ciò che susseguiva sul piano realizzativo precedere quel ch’era antecedente sul piano cosmologico?  Un’incongruenza, evidentemente!  Nello schema ciclico annuale infatti l’Equinozio di Primavera – secondo quanto c’insegna la prassi – viene dopo il Solstizio d’Inverno, il senso di moto seguito a partire da detto solstizio essendo quello solare ed orario, da destra verso sinistra; che come lui giustamente scriveva, rimandava al Polo Nord.  E non da destra a sinistra, in senso polare ed antiorario.  Il senso solare, Guénon lo sapeva bene, dipendeva dal moto apparente del Sole attorno allo Zenit: del resto la grafica non fa che riportare in un cerchio, su un piano rettilineo, la linea ideale di progressione visibile all’orizzonte tracciata dall’astro nel corso del suo moto giornaliero da Est (E) ad Ovest (O) ed annuale da Nord (N) a Sud (S).   



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L’altro senso, dal moto dell’Orsa Maggiore attorno all’Orsa Minore.  Il verso della scrittura e dell’orientamento rituale, destrogiro o levogiro, ha ovviamente a che fare con quanto delineato.  Per la verità Guenon distingueva un punto di vista terreno-annuale da uno celeste-tropicale, onde spiegare la sostanziale omogeneità di collocazione delle Porte Solstiziali in riferimento al N od al S fra i pitagorici, Omero e il Veda; vero, ma pure in tal modo la questione rimaneva aperta, poiché il cambiamento di prospettiva dal S.I. al S.E. dava ragione esclusivamente delle Porte, non delle variazioni nelle fasi culminanti dei diversi Misteri.  Guénon in sostanza non ha aggiunto a cosa si riferissero mistericamente gli altri due punti topici annuali, il Solstizio Estivo (S.E.) e l’Equinozio Autunnale (E.A.).  L’errore suo, ammesso e non concesso che errore vi sia stato, è consistito insomma in un’omissione.   Una volta individuata, se si è in grado, occorre  tuttavia spiegarla e porvi rimedio tramite uno schema cosmologico completo.  È quel che allora modestamente da competente in cosmologia, od astrologia naturale, abbiamo cercato di fare proponendolo per la prima volta al lettore.  Ci si permetta prima, però, di chiarire una cosa relativa al Tridente.  Di norma, il Triçûla (lett. ‘Trirebbio’) indiano viene considerato un emblema del Trikâla (‘Tritempo’): Passato, Presente, Futuro.  Anche qui, comunque, abbiamo voluto rifarci a Guénon.  Essendo i simboli multivalenti, si può intendere il Triçûla restrittivamente in relazione all’Anno Sacro ed ai cicli cosmici nei confronti dei quali quali esso rappresenta un rimando.  Vale a dire al Triyuga.  Il Triyuga equivale all’insieme delle 3 Età successive alla prima, o Satyayuga (Età della Verità, la classica Età Aurea).  Tretâ, Dvâpara e Kali Yuga vengono assommati ciclicamente dacché costituiscono lo sviluppo sacrificale del Satya.  Essendo l’intero periodo caratterizzato dallo Yajña, parola che in sanscrito possiede valenza sia di Anno sia di Sacrificio, si capisce come mai il Triyuga abbia per emblema il Triçûla, l’arma sacrificale per eccellenza a partire dal III Ciclo Avatarico.  Tal ciclo faceva parte ancora in realtà del Satya, dunque è probabile che l’arma non avesse dapprincipio il significato cruento assunto a partire dal Tretâ; ma si limitasse a fungere da contrassegno di Varâha, il Verro Unizannato (o trizannato, se si vuole), erede avatarico di Matsya (il Pesce Monodono) e di Kûrma (il Chelone a doppio guscio).  Orbene, in greco il Triçûla è sostituito dal Triódous (‘Tridente’), voce assonante non a caso a Tríodos (‘Trivio’).  Possiamo dunque assumere il termine tanto in India quanto in Grecia, fatte le debite proporzioni fra una cultura e l’altra, quale rimando alla Triplice Via iniziatica attinente alle 3 Età Sacrificali: Età Argentea, Bronzea e Ferrea.



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b)  Schemi zodiacali della Triplice Via

        Le 3 Vie non fanno esclusivo riferimento ai 3 Cicli menzionati, siffatto riferimento essendo già contemplato nei punti solstiziali ed equinoziali.  Guénon però conferiva a tali punti un’accezione limitatamente ciclico-cosmografica, ponendo il S.I. in rapporto generico col N; l’E.P. coll’E, il S.E. col S e l’E.A. coll’O.  In altre parole, il N colla I Età, al modo di Dante nella Profezia di Adamo (Par.- xxvi. 139-42); l’E colla II, il Sud colla III e l’O colla IV.  Non è che l’impostazione di per sé fosse errata, anzi, l’Alighieri provava che si trattava d’uno schema veritiero.  L’Inverno diveniva cosí un mirabile contrassegno dell’Età dell’Oro, in cui l’Uomo poteva liberamente accedere ai Grandi Misteri (o meglio a quel che allora equivaleva ad essi), anche se non necessariamente; la Primavera, invece, costituiva il rimando ad essa nell’Età Argentea, ecc.  Appariva perciò congruo in base a tal logica far del punto cardinale corrispondente e di quello annuale associato un evidente contrassegno dei Piccoli Misteri, connessi al Paradiso Terrestre.  Tanto piú che su un diverso piano, semplicemente religioso, le festività cristiane annuali del Natale e della Pasqua parevano comprovarla.  La nostra critica, una volta individuato il meccanismo interpretativo guénoniano (torneremo sul tema in dettaglio in un altro articolo, trattando dei Pañcadeva), è ora la seguente.  Una volta stabilita elementarmente ogni corrispondenza simbolica, si può andar oltre avendo la base per comprendere tutto il resto, vale a dire lo schema intero delle 3 Vie.  Ci siamo dibattuti in lungo e in largo come un pesce fuor d’acqua anni fa al fine di raggiungere lo scopo.  Per comprendere il tutto siamo partiti dalla simbologia delle 3 Nadî (Correnti).  All’inizio non riuscivamo bene a intuire ove collocare zodiacalmente Sarasvatî.  Allora tra l’altro non era ancora stata riscoperta da parte di varî geologi, archeologi e linguisti indiani (1997) l’esistenza effettiva del fiume omonimo – seppur già ipotizzata in precedenza da J.Marshall (1931) e A.M. Aloys (1967) – prosciugatosi in età protostorica (XX-XVII sec. a.C.) e confluito tramite varie modiche del letto fluviale in parte nell’Indo in parte nella Jumna; il maggior affluente attuale del Gange, da cui è stato a sua volta assorbito.  Sebbene un tempo fosse l’Indo, meno importante della Sarasvatî, a confluire in questa maggiore corrente.  Colla Gane la Yamunâ la collocazione astrale risultava facile iconograficanente, avendo le due dee personificanti la duplice corrente quale rispettivo ed opposto veicolo il Makara (Capricorno) ed il Kûrma (Chelone, var. del Granchio = Cancro); la corrispondenza zodiacale del vâhana della Sarasvatî restava difficile invece da capire, nonostante i nostri sforzi in tal senso.  Andando per ragionamento, 



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l’abbiamo posta alfine nell’Ariete; dato che il Bianco Cigno di cui si fregia, invero l’Oca (non meno di Rati e di Venere, la corrispettiva dea latina), rimanda ad un asterismo circumpolare (Cygnus) che precede di poco nel sorgere eliaco la suddetta costellazione.  Ponendo le 3 Dee in relazione al Triyuga, ne ricaveremo che Gan domina il Tretâ, Sarasvatî il Dvâpara e Yamunâ il Kali.  Il Tretâ, essendo cominciato in Makara, terrà nello schema quaternario di sviluppo l’E.P. come punto di Discesa agl’Inferi; il S.E. per Fondo Infero e l’E.A. quale Punto di Rinascita, culminando nel S.I. come Meta d’Immortalità e simultaneamente di ripartenza del ciclo di Discesa delle anime nel mondo.  Questa la via piú antica, o di Destra, l’unica per cui il S.I. è associabile ai Grandi Misteri.  Guénon però ne parlava senza tener conto dei 4 passaggî fondamentali da essa implicati.  Donde la collocazione conseguente dei Piccoli Misteri all’E.P. anziché all’E.A., secondo logica; visto che interpretava i cicli come sopra, dantescamente, considerando unicamente i punti di partenza e nel contempo d’arrivo delle 3 Vie.  Il simbolismo delle Trinadî, in ogni caso, è piú completo.  Applicando lo schema trinadico alle altre 2 epoche successive, si avrebbe ovviamente uno spostamento in avanti d’1/4 di cerchio annuale alla volta.  Sicché i Piccoli ed i Grandi Misteri culminerebbero, di conseguenza, al S.I. e all’E.P. –  il contrario, cioè, di quanto sostenuto da Guénon – durante il Dvâpara; e all’E.P., nonché al S.E., nel caso invece del Kali.  Codesto è uno schema valido ed appropriato, il quale rende conto di tutti i passaggî simbolici all’interno d’ogni età; e del loro peculiare simbolismo, che ciascuno avrà modo volendo di studiare ed applicare approfonditamente a suo piacere.  Giacché risulta valido in toto non solo per i Misteri Tantrici, ma anche per le Vie Yogiche o per qualsiasi forma di mistero al di fuori dell’India, delineandone subito la collocazione sul piano ciclico.   Pigliando ad es. i Misteri d’Eleusi, dedicati a Demetra, è facile capire perché mai s’impiegassero mantelli bianchi (<E.P.) per celebrare i Misteri Minori e mantelli rossi (<S.E.) per i Maggiori.  Valenze omologhe s’adattano a misteri paralleli, come quelli çaktici indiani.  Probabilmente anche gli eleusini rientravano in una cerchia triplice di misteri simile a quella tantrica, una cerchia ermetica nella quale il Tridente indicava da un lato una via di destra cronio-apollinea, simile allo çivaismo; in mezzo una via di centro eroico-aretina, ossia di tipo marziale, analoga a quella vishnuita; e dall’altro lato una via di sinistra qual era il demetrismo, sula falsariga dello çaktismo.  Bisognerebbe per precisione considerare che, come in India compare uno çivaismo di sinistra ed assai piú raramente uno çaktismo di destra, anche in altre tradizioni deve esser successa la stessa cosa.  Cosí nell’ebraismo distinguonsi una gnosi di destra ed una di sinistra; libertina, diversa dal cabalismo, in cui prevale l’elemento femminile.  L’essenismo, viceversa, può esser considerato una gnosi di  centro.  Anche qui raro appare il 



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cabalismo di destra.  Piuttosto  è da ritenere che esso rappresenti, non meno dello çaktismo di  destra, una via richiamantesi al cd. “Paradiso delle Donne”, che anche il prode Alessandro visita in un antico romanzo sapienziale.  La Cina definiva Wuismo lo shamanesimo primordiale attuato dalle prime shamane – sorta di sacerdotesse ante litteram – nella scomparsa Ecumene Orientale, di cui la sapienza estremo-orientale ed in particolare quella taoista si considera erede.  Quel wuismo o taoismo primevo di certo può essere ascritto simbolicamente a colei che tanto le tradizioni orientali quanto le tradizioni occidentali chiamano la Prima Donna (Parçu, Hawwâh); esso ebbe quale mitico centro di diffusione l’Hawaiki, donde le moderne Hawaii, dopo il ridimensionamento geografico dell’intera ecumene orientale in isole sparse per il Pacifico.  Prima di quel wuismo tardo-paradisiaco è da annoverare esclusivamente l’unica via da cui derivano tutte le altre, la via del Primo Uomo (Manu, Âdâm) alla quale fanno capo tanto il wuismo primevo quanto le 3 vie triyugiche.   Si può aggiungere, a conclusione, che in due sole tradizioni è rimasto qualche barlume di consapevolezza della Via Unica paradisiaca: nell’induismo e nel giudeo-cristianesimo.  Ecco perché ancor oggi l’India e la nostra penisola spiccano in tutto il globo come centri storici  dell’Asia e dell’Europa, facendo di Benares e di Roma i maggiori luoghi spirituali a livello mondiale, rispettivamente in senso esoterico ed exoterico. 

                                                     Giuseppe Acerbi






Note



1)          G.Acerbi, Mrigeshvara. Ricognizioni su un’eccezionale icona del tempio di Pâçupatinâtha in Nepâl- Alle pendici del Monte Meru (10-05-14), p.8.
2)          G.Acerbi, Kali, la dea-scorpione- Alle pendici del Monte Meru,  prosssimamente su questo blog (art.ined. cons. alla Riv. ‘Sphera il 12-12-10).




Illustrazioni
 

1aMahânirvânatantra (copert. della trad.ingl. dal scr. di A.Avallon della P.I d’uno dei maggiori tantra, la II essendo andata perduta).



1b.   Rauravâgama (copert. dell’ediz.franc. a c. di N.R.Bhatt del t.scr. d’uno dei maggiori âgama).






3a.  Moto annuale apparente del Sole lungo l’eclittica come proiezione celeste (dis.cont.).




4a.   Il Triçûla indiano (effigie d’un tempio hindu, Gujrât).

4b.   Triçûlapurusha (  cotone, arte batik, India).

5a.   Il Trikâl, emblema delle 3 Vie Sacrificali (B.Mishra, Ҫivapûjâ, festa tradizionale hindu).

5b.   Idem (arte pop., Ind., 2007).

6.   Il Triódous ellenico in funzione di Axis Mundi, con attorcigliato il Delfino Cornuto (=Caper) munito di Coda Trilobata , a dimostrazione che il cristianesimo intendeva le Tre Vie in senso trinitario (disegno, cripta di catacomba cristiana, Via Ardeatina).

7.   La Trivenî (unione delle Tre Nadî) sull’Aureo Pesce, emblema della Rivelazione primeva (dis. da dipinto, col.Stuart coll.).

8a.   Gangâ Makaravâhinî (bassorilievo, Grotte di Ellora e Aurangabad, Ind., VII sec. d.C.).

8b.   Id. (pitt.pop..cont., Ind.).

9a.  Brahmâ Caturanana e Sarasvatî su Bianco Hamsa (foglio d’album con iscr. telugu, Ind.Mer., c.1830).

9b.  Mahâsarasvatî con veste bianca (affresco, Vajreçvarî M., Sc.Kângrâ).

10.  Il supposto vecchio percorso della prosciugata Sarasvatî (Valdiya, Ind., 1996).

11.  Yamunâ Kûrmavâhinî (bassoril., 64 Yoginî  pîtha, Hirapur, presso Bhubaneçvar, Orissa, Ind.Centr., X-XI sec.d.C.).

12.  El Consultante, con esplicito simbolismo ermetico della Via di Destra, evidenziante Saturno al VII Cielo  (Lama I, Arcani Maggiori, Tarocco esoterico spagnolo).

13.  Simbolismo tantrico della Via di Sinistra, col Sole al VII Cakra (gouache, dett., stile Kângrâ, Himachal P., Ind., XIX sec.).

14Tântrika, col Triçûla (le 3 Vie del Sacrificio) sul capo, in trono al Settimo Cielo: Satyalopka, Vaikunthaloka o Rudraloka (sigillo in steatite, provenienza e datazione ignote).  

15a. Manu, il primo uomo indú, e Parçu, la prima donna (ill.pop.cont., Ind.).

15b. Hawwâh (=Âçêrâh, Tiâmat), la prima donna giudeo-cristiana, tratta da Âdâm (=Yahweh) (L.Maitani, bassoril. in marmo, dett., Cattedrale, Orvieto, XIV sec.).



                                                                      Fonti

1a.  Coll.pers.
1bIbîd.
2.   On line.
3a.   Ibîd.
3bIb.
4aIb.
4bIb.
5aIb.
5bIb.
6.   O.Wirth, I Tarocchi- Mediterranee, Roma 1973, p.179, fig.n.num.
7.   E.Moor, The Hindu Pantheon- Asian Educational Serv., N.Delhi 1981, tav.75.
8a.  On line.
8bIbîd.
9a Ib.
9b Ib.
10.  Ib.
11.  Ib.
12.  Carte del  Tarocco esoterico spagnolo.
13.  P.Rawson, Tantra. The Indian Cult of Ecstasy- Thames and Hudson, Londra 1973, tav..53. 
14.  A.Mookerjee-M.Khanna, The Tantric Way…- Thames & Hudson, Londra 1977, ill. a p.11  (idem), con eff. di saturaz. nostro
15a. On line.
15b. Ibîd.

 



 Fig.1a

 Fig.1b

 Fig.2

Fig.3a

Fig.3b

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Fig.4b

Fig.5a

Fig.5b

  Fig.6

 Fig.7

 Fig.8a

Fig.8b

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Fig.9b

 Fig.10

 Fig.11

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 Fig.13

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Fig.15a

Fig.15b

lunedì 3 novembre 2014

METAFISICA DELLO ZERO







      Ricordiamo che uno dei compiti principali attribuiti da tutte le tradizioni all’Ultimo Messaggero della Divinità (Profeta, Inviato, Budda od Avatar che dir si voglia),  è quello di ridurre essenzialmente ad unum tutte le pratiche exoteriche ed esoteriche sparse nel globo.  Il che significa che nel ‘Cuore’ del Profeta tutto è stato già teurgicamente riportato al Verbum, insomma all’Essere (l’Uno, il Principio), terminologia equivalente a quella dello Śabda o del Sat indú.  Se volessimo però essere maggiormente precisi dovremmo parlare di azzeramento delle tradizioni, anziché di semplice ritorno al principio.  Poiché la meta vera di colui che la tradizione indiana definisce il ‘Decimo Avatar’ non è la sola reintegrazione a livello microcosmico nel Sacro Suono dell’Aum (1), equivalente all’Amen latino, seppure gli occidentali attuali al modo dei loro antichi antenati ignorino in gran parte il valore di ciò che precede l’Uno.  I Romani non disponevano dello Zero, limitati com’erano al virgiliano e fallico contrassegno dei Penati (l’I dantesco), con ciò dimostrando di aver cura soprattutto del Paradiso Perduto – il Latium pre-civilizzato ad immagine della ‘Terra Nascosta’ – piuttosto che dell’Assoluto.  L’Immanifesto (simbolicamente rappresentato dalla  Bianca Conchiglia, che d’altronde equivale al Candido Loto oppure alla Candida Rosa) ossia il Paradiso Celeste, volendo usare una diversa metafora, è infatti il vero fine dell’azione avatarica.  Giacché l’Uno, pur essendo ancora di per Sé non manifestato, indica tuttavia il Principio della Manifestazione.  Solamente lo Zero Metafisico è indice della Non Manifestazione.  Per la verità, se si vuole indagare piú a fondo, pure i latini disponevano seppure molto reconditamente di codesta simbologia dello Zero Metafisico tramite la figura primordiale di Giano.  Secondo Ovidio infatti, il Dio degl’Inizî  (cfr. con Ganeśa in India) aveva un tempo forma sferica e veniva dai predecessori chiamato ‘Chaos’ (2).
      Salvatore Ruta identifica correttamente questa forma suprema del nume al Cerchio quale icona grafica dell’Uno-Tutto (= Uno-Zero), menzionando un passo di Evola (3) che assimila a sua volta anch’esso giustamente lo Hén-tó-Pán alchemico della Grande Opera all’Ouróboros/ Torqués (il secondo termine l’abbiamo aggiunto noi) greco-celtico.  Segno che il concetto dello Zero era presente almeno sul piano ontologico se non dal punto di vista matematico parimenti nel mondo greco ed in quello celtico, oltreché in quello romano ed indiano (4).  Potremmo dire, pensando a Zurvān Akarana, nell’intera cultura indoeuropea.  Poiché tale cultura ovviamente ha serbato traccia, seppure ridotta ai minimi termini, della fase di monismo non duale – cfr. in India con  l’Advaita, il Vedānta della Non Dualità – propria del primo quarto dell’Età Aurea.  In altre parole, del I Ciclo Avatarico.  Un’altra assimilazione possibile del Cerchio (di nuovo segnalata da Evola e ripresa dal Ruta), questa volta 



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sul piano cosmologico, è con l’Uovo del Mondo (scr.Brahmānda).  Non siamo d’accordo però sull’equiparazione della Sfera all’Androgine, che pare peraltro venga suggerita anche da Platone nel ‘Convito’ (5), ma se consideriamo attentamente le cose ci accorgiamo che non è realmente cosí.  Il filosofo greco descrive il ‘Terzo Sesso’ (6) come formato da una Sfera contenente un capo bifronte, con le due facce orientate in posizione opposta.  Tale Sfera, equivalente a quella dell’Universo incorporante l’Asse Solstiziale, è già quindi un motivo androginico; non la Sfera in senso caotico, dove Cielo e Terra appaiono ancora indistinti.  Lo stato caotico precede infatti l’androginia, in cui la polarità non si è ancora manifestata, ma è già nell’atto di manifestarsi.  Androginico è l’Uno, il Principio; mentre lo Zero è caotico, pre-androginico, pre-iniziale.  Nel simbolismo zen (vedi in Suzuki la doppia figurazione in 10 fasi della presa al laccio del Bove da parte del Mandriano), il Cerchio allude egualmente ora al Caos finale, ora alla momentanea risalita verso l’Uno prima che anche tale trascendenza sia superata con una ridiscesa nel mondo.  L’ascesa e l’allontanamento dal mondo indicano pertanto la Liberazione dal Samsāra nel Nirvāna, se ci è permesso di utilizzare la dottrina mahayanica; la ridiscesa nel mondo stabilisce invece un’equazione, o per meglio dire una non dualità di tipo duale, fra il Nirvāna e lo Çūnyatā.  Cfr. con il il Bedhābheda, il Vedānta della Differenza-non differenza.
      Nelle saghe celtiche medievali (Mabinogion) è presente sempre in relazione allo stesso argomento un’incantatrice di nome Arianrhod (‘Ruota d’Argento’), personaggio equiparabile alla Fata Morgana (7), che è tutt’uno con la ‘Regina del Mare’ (8).  La Riemschneider rimanda per la comprensione del tema ad un suo vecchio articolo (9).  Codesta dea celtica ci fa venire in mente la ‘Regina del Mare’ paleosiberiana, ripresa da Afanasjev nella fiaba del Pesciolino d’Oro e sostituita da parte dei Grimm con Dio (cosí come l’aspirazione a divenire uno Czar, ossia un Cesare, è sostituita dal desiderio di divenire un Kaiser).  Orbene Morrigan, la sposa di Dagda-Manannan (il ‘Re del Mare’ sacro nell’isola di Man e Signore dell’occidentale ‘Terra dei Beati’, o Tir Tairn-gire, similmente al Poseidone platonico), costituisce secondo la suddetta autrice la figura centrale della tradizione celtica; quindi è probabile che ella rappresentasse simultaneamente, oltre all’incarnazione della “Ruota degl’Inganni” (cfr. con gli specchî argentei dell’arte cinese del Periodo Han, II sec. a.C.-II sec. d.C. c., emblemi del traviamento temporale verso il dualismo oltre cui si eleva solamente il Sacro Monte paradisiaco del K’un-lun )(10), anche la Non Essenza del Caos.  Il Tao (la ‘Via’ ), direbbero i cinesi, il cui emblema – un cerchio vuoto – non per nulla è associato anche da loro alla grande dea, la Regina Madre dell’Occidente (11); sorta di Kali (12) o di Aditi (13) sinica, avente come la Shakti indú un doppio significato, ora in rapporto alla 



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Dualità cosmica ora allo Zero Metafisico.  Infatti il consorte Manannan – secondo il De Vries (14) figlio dell’arcaico nume oceanico Lir/ Ler e custode dei tesori marini, ai quali attingono i pescatori – funge ad un tempo da dio paradisiaco e da dio infero, al pari dello Yama indú.
      Yama, non meno di Iānus ha iconograficamente in dotazione la Verga (Danda)(15), che può anche essere latinamente (vedi Penati) concepita come un Fallo ad immagine dell’Uno.  Potremmo addirittura tracciare un parallelo fra tale Verga-Fallo e il Dente Aureo del Matsyāvatāra (16), dente cui difatti è assegnabile parimenti un valore genitale in relazione al Progenitore mitico (17), Brahmā; i.e., il detentore originario della suddetta effigie ittica.  Yama è inoltre in base all’etimo androginicamente il ‘Gemello’ della sorella-consorte Yamī (cfr. con gli Adamo ed Eva biblici, anche loro prima della bipolarizzazione creati in forma di essere unico), non diversamente da quanto Iānus lo è rispetto a Diana.  O meglio, a Venīlia, poiché questa pare essere al dire d’Ovidio la sposa vera del Dio delle Origini.  In Grecia compare un’analoga relazione fra il fallico Urano e Afrodite Urania, la quale prima d’essere associata al Delfino (l’Uno) od alla Tartaruga (il Due), veniva emanata dalla Conchiglia (lo Zero) (18).  La corrispondente dea del mare cretese aveva d’altronde nel suo tempio a Cnosso un pavimento di conchiglie.  Tardivamente Citerea è stata identificata alla Perla – simbolo per gli Gnostici della Sophía – all’interno della Conchiglia e ciò costituisce in pratica un raddoppiamento del simbolo dello Zero Metafisico, distinguendo il senso immanifesto da quello per così dire ‘shaktico’.  Nel caso della coppia cosmogonica Urano-Urania (Afrodite), coppia che in India assume i nomi di Varuna-Varunāni/ Vāruni, la bipolarità potrà sembrare piú spinta, ma la figura primeva fra gli orfici di Eros Protogonio ci prova che tra i due numi è avvenuta la scissione testimoniata leggendariamente dal racconto teogonico esiodeo (19).  Eros infatti presenta tratti intermedî fra Urano e Afrodite.  Stessa cosa si potrebbe dire del Kāma (20) induista rispetto a Varuna e Varunāni.  Insomma è l’Androgine primevo, equivalente al Rebis alchemico.  Qualcosa d’analogo deve essere accaduto fra i palestinesi Yaw/Yam ed Aštaroth.  Significativo peraltro che Yama, non meno di Giano, sia connesso pure allo Zero per mezzo dell’altra sua arma, il Laccio (Pāśa)(21).  Unendo assieme le due armi simboliche della Verga e del Laccio, graficamente riducibili alla somma di 1 e 0, qualora ci rifacessimo nel contempo alla storiella avatarica narrata in nota (22) potremmo persino asserire che Yama   siccome equiparabile a Manu (il Macrantropo) – presiede alla dieci manifestazioni avatariche (23).  Che poi il Laccio e la Verga siano addivenuti strumenti del ‘Primo (dunque Giudice) dei Morti’ – cfr. con Minosse in Grecia, Yam in Palestina e Yima in Persia –  onde acchiappare e di conseguenza punire le anime giunte nel Regno degl’Inferi, è fatto 



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mitologico successivo alla decadenza di ruolo del Primo Nume. 
      Come ha notato il Ruta (24), menzionando M.N. Stiskin, il Caos in Giappone è emblematizzato dallo Specchio Divino, una delle 3 insegne sacre dell’Imperatore.  Lo Specchio è in questo caso quello della dea solare Amaterasu, probabilmente d’origine artica, ed è dunque uno Specchio Aureo.  La differenza fra i due specchî (potremmo dire anche fra le due ruote, i due anelli, le due collane, i due cerchî), solare e lunare, ripropone figurativamente la diversità fra la perfezione positiva del Maestro Ultimo e quella negativa dell’Avversario che a lui si è opposto alla ‘Fine dei Tempi’ (25).  










Note



1.          Il Para-śabda o ‘Suono Supremo’ –  immagine dell’Uno –  viene emesso dallo Śanka o Conchiglia, emblema indiano dello Zero oltreché del ‘Terzo Orecchio’.  Secondo l’epica hindu (G.Acerbi, Kālacakra. La Ruota Cosmica- Univ. “Ca’ Foscari”, Venezia 1985, tesi di l., Vol.I, P.II, Cap.V, pp. 418-22) il culto dell’Aum caratterizzava il primo ciclo umano nell’Età Aurea.  In tal senso, evidentemente, l’Aum è da intendere dunque in relazione non al ‘Terzo Orecchio’ bensí al ‘Terzo Occhio’.  In altre parole, alla forma visibile del Paradiso invece che a quella invisibile.
2.          Cfr. per le due citazioni S.C. Ruta, Il Dio Giano e lo Specchio Divino- La Cittadella N.S. ( gen.-mar. ’01 ), A.I, N°1, Messina 2001, p.11 ss.  Ciò, intendiamo il doppio ruolo di Giano come Zero e come Uno (Caos e Principio ), è probabilmente la ragione – neppure tanto inconsapevole visto quanto egli dichiara – per la quale persino un luminare della cultura latina quale il prof. Del Ponte ha esitato ad attribuire a Giano il ruolo chiaro che gli compete di dio aureo in ‘Dei e miti italici’ (Ecig, Genova 1985, Cap.II, § sgg), benché poi (a p.55) sia stato costretto incoerentemente dalla sua indubbia conoscenza del tema ad attribuirgli un “retaggio iperboreo”.  Sull’argomento vedi anche il nostro Giano e Ganesha, dèi delle origini. Un confronto mitologico fra le tradizioni della penisola italica e quelle della penisola indica - Ritorno al Paradiso Perduto (blog, pross.)



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3.          Tratto da La Tradizione Ermetica.
4.       Una storiella indiana krishnaita, di tipo avatarico, racconta di come i dieci numeri originarî si atteggiassero boriosi cercando di prevalere l’uno sull’altro.  Le cifre piú grosse volevano svettare su tutte, mentre le due piú piccole (ovviamente lo Zero e l’Uno) se ne stavano silenziose ed appartate, fino a che decisero di unirsi insieme a formare il Dieci ed allora cominciarono a dominar le altre.
5.                    Plat., Symp.-189/ e.
6.                    Op.cit., 190/ a-b.
7.          M.Riemschneider, La religione dei Celti- Il Falco, Milano 1979  (ed.or. Die Religion der Kelten, ediz. e  d.d.p. n.citt.), Cap.II, p. 44.
8.          Riem., op.cit., p.41.
9.          M.Riemschneider, Ruota e Anello come simbolo degl’Inferi- Symbolon ( N°42 ), 1946, sgg.
10.         M.Loewe, Ways to Paradies. The Chinese Quest for Immortality- G. Allen & Unwin, Londra 1979, Cap.III sgg.  Gli specchî quadrati – emblemi della Terra – col motivo a TLV (un espediente decorativo in antecedenza carico di sensi simbolici, con riferimenti polari legati alle pratiche degl’indovini e a concezioni cosmologiche postulanti l’idea d’un Divino Architetto) mettevano in comunicazione il defunto coll’Aldilà, possedendo un valore di amuleti al fine di proteggere la vita dei trapassati.  Gl’indovini (geomanti dotati di compasso, come a dire capaci di trascendere le vicende terrene) è ovvio avessero fiducia nel Tao e nei principî dello Yin e dello Yang, che ne rappresentavano la forma dinamica a livello cosmico. In almeno 2 casi rilevati si fa menzione del resto nelle iscrizioni sugli specchî della Regina Madre d’Occidente, in relazione alla vita futura degl’Immortali (Hsien); tratteggiati iconograficamente quali personaggî alati oppure a cavalcioni delle nuvole, sebbene altrove compaiano in veste di saggî con teste serpentine.  Nel mezzo di certi di essi si scorge l’Orsa Minore, con la Stella Polare; attorno a tal asterismo soo raffigurati 2 cerchî concentrici – emblemi l’uno del Cielo e l’altro (crediamo) del Mondo Intermedio – il piú interno dei quali riporta 12 caratteri alludenti ai Dodici Rami dell’Albero Cosmico (Polo Artico).  Cfr. pp. 76, fig.11 e 80, fig.12.  Una volta compare invece, in uno specchio del 10 d.C., l’immagine stessa della Regina Madre seduta sul suo trono (a fr. di p.161, tav.22) e sono fissate le Direzioni.  Le 2 iscrizioni prima menzionate sono invece piú tarde.
11.         Lo., op.cit., Cap.IV sgg.  La Regina Madre d’Occidente (Hsi Wang Mu) era considerata dispensatrice di vita perpetua ed arbitra del mondo, alla maniera della Ereś-ki-gal sumerica (vedi il Poema di Gilgameś, dove assume il ruolo di Signora della Tavola dei Destini).  Al pari di costei aveva parzialmente una valenza infera e dimorava in una grotta sulla sommità d’una Montagna, disponendo d’un potere magico illimitato.  Poteva difatti favorire ogni delizia terrena nella sua Terra d’Abbondanza, come ‘Miele di Rugiada’ e ‘Uova di Fenice’, capaci di lenire gli affanni umani; od alternativamente spingere ancora piú in alto, sino a conferire celestialmente l’Immortalità.  Abile nello zufolare, era descritta dallo Shan-hai-ching con Coda di Leopardo e Denti di Tigre.  In certi luoghi (ad es. a Ma-wang-tui) ed in certe occasioni veniva tratteggiata con l’intera Testa di Tigre e Coda Serpentina o di Drago, od in varianti equivalenti; tutte suggerenti il concetto d’una divinità onnipotente, capace di dominare perfettamente lo Yin e lo Yang, regolando cosí tutti i ritmi cosmici.  Ella indossava un caratteristico copricapo, lo Sheng  



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(Triplice Corona, in seguito divenuta Settemplice), e le stavano da presso 2 Lepri col Pestello delle Erbe onde ottenere l’Elixir di Lunga Vita in un’ambientazione simbolica tipicamente lunare; oppure il Rospo,  spesso detenente fra le zampe egualmente il Vaso delle Erbe.  Altri suoi emblemi erano: il Corvo a Tre Gambe (a volte unito al Sole), la Volpe a Nove Code (9 come i ‘i Cieli ed i Muri’ del Monte Paradisiaco nel poema T’ien-wen, o le ramificazioni delle lampade taoiste) oppure il Mostro a Nove Teste (chiamato K’ai Ming e ritenuto custode del K’un Lun), il Guardiano munito d’Alabarda nonché anime di supplicanti giunte a chiedere la Grazia.  La cima del paradisiaco K’un Lun (cfr col Sineru o Sumeru buddista), dimora della dea, era visitata di quando in quando da un nobile viaggiatore, dietro la cui effigie s’adombrava ovviamente lo ierofante.  Lassú s’ergeva l’Albero del Mondo (cfr. nota prec.), sostituito talvolta da un Pilastro.  La Regina Madre era affiancata nella Terra d’Occidente, l’Asse Polare per i cinesi collocandosi in effetti ad ovest, da un Re Padre Occidentale.  Anche Ta Yü (lett. il ‘Grande Pesce’), il costruttore del Min-tang  o Loggia taoista, simboleggiante il Padiglione del Mondo) e primo dei Dieci Imperatori (equivalenti dei Daśāvatāra indú), si diceva avesse studiato con lei (p.95).  La Vecchia Signora dell’Occidente era inoltre circondata nella contrada cd. della ‘Debole Acqua’ dalla ‘Gente Beata’, chiamata pure ‘Gente della Musica’ (ibîd.), specie di gandharva cinesi in stile taoista.  L’espressione aveva sicuramente riferimenti shamanici.  Il luogo ove Ella era collocata, geograficamente parlando, era quello a nordovest delle “sabbie ondeggianti” (deserti centroasiatic ).  Bisogna notare che l’interesse per la Terra Pura Occidentale del buddismo sorse in Cina storicamente pressappoco nel medesimo periodo in cui si venerava la Terra Occidentale della Regina Madre, il cui centro era costituito dal Monte K’un Lun.  Tanto che esploratori e mercanti cercarono d’aprirsi un itinerario reale in siffatta direzione.  Una premonizione circolava in proposito: il prossimo avvento della “gente dagli occhi diritti”.  Una profezia sull’avvento in oriente dell’occidente europeo.     
12.         Cfr. E.Neumann, The Great Mother. An Analysis of the Achetype- Princeton Un., Princeton (N.J.) 1972, figg. 65 e 66.  Anche se il fatto non è bene segnalato dall’autore (Cap.VII, pp. 152-3), la dea Kālī (Mahāakālī) quand’è unita al suo paredro si presenta iconologicamente in due forme fondamentali (vedi foto): la prima forma citata (vedi terracotta dipinta del XIX sec.) costituisce la controparte creativa del dio Kāla (Śiva), o Mahākāla che dir si voglia, su cui la dea eleva la sua danza al fine di trasformare il mondo oppure si adagia sessualmente altre volte in un coito sacro (mithuna); la seconda forma ne rappresenta la trascendenza nell’Assoluto, dato che Ella divora le budella del cadavere inerte del dio.  Nelle icone ove Kālī-Mahāakālī è sola, col Laccio (fig.182) o senza Laccio (fig.67), è sempre possibile ovviamente in simultaneità la suddetta doppia interpretazione.
13.         Nella mitologia vedica Aditi rappresenta la controparte di Daksa, alter-ego di Prajālpati con ‘Testa di Capra’ anziché di ‘Antilope’, che è da lei generato ma nel contempo la genera (R.V.- x. 72, 3-5).  Un controsenso logico indicante da un lato rispettivamente la metafisica dello Zero e dall’altro la metafisica dell’Uno o, se si vuole, del <Grande Uno> (cin.Tai-i).
14.         J. De Vries, I Celti- Jaca B., Milano 1961 (ed.or. Keltische Religion- W. Kohlhammer, Stoccarda 1982), P.II, Cap.II, p.118.
15.         M. & J. Stutley, Dizionario del’Induismo- Astrolabio-Ubaldini, Roma 1980 (ed.or. A Dictionary 



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of Hinduism- Routledge & Keegan, Londra 1977), s.v.YAMA, p.504, col.a.
16.         In proposito si esamini G.Acerbi, Il culto del Narvalo e della Balena e di altri mammiferi marini nello sciamanesimo artico- Avallon, N° 49, Rimini 2001, pp. 55-78 sgg.
17.         Ac., art.cit., passim.
18.         R..Graves, I miti greci- Longanesi, Milano 19795 (ed.or. Greek Myths- Penguin, Londra-Harmondsworth 1955), p.40, §11.
19.         Hes., Th., vv. 176-206.
20.         Non per nulla uno dei nomi di Kāma è I.
21.         Come alla 15.
22.                 Vedi n.4.
23.         Stessa cosa potrebbe dirsi, mutatis mutandis, di Giano.  Non è anche costui legato sia alla Verga sia al Cerchio?  Si voglia intendere questo simbolo matematico in senso geometrico od aritmetico (Cerchio/ Zero), statico o dinamico (Cerchio/ Ruota).  D’altra parte sappiamo che anche alla sapienza sibillina latina era nota, seppure piú sinteticamente, la dottrina del ciclo denario.  Cfr., al riguardo, G.Acerbi, Dante e Virgilio: profezie antiche e medievali sull’avvento dell’Età dell’Aquario– Arthos (gen.-dic. ’98), A.II, NN. 3-4, Pontremoli [Ms] 1998, pp. 107-8.
24.        Art.cit alla n.2
25.         Si confronti in proposito H.Mriga, Il ‘Secondo Avvento’ e la figura antinomica dell’Anticristo- Nel Regno Perduto della…, on line (23-09-06), pp. 1-7 (datt.) ( http://mriga.blog.kataweb.it ).